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Auschwitz durante una domenica fredda e piovosa

Alle 4:00 di domenica mattina mi sono svegliata, fuori ancora buio pesto e dalla stanza accanto la musica ad alto volume dei miei coinquilini che passavo il loro sabato notte in piedi a ridere e giocare. Quando sono scesa in strada oltre al buio mi ha colpito il silenzio, a parte qualche ragazzo sghignazzante di rientro dalla propria serata. Io, invece, ero andata a letto presto e mi ero appena svegliata a quell’ora diretta verso la stazione dei bus per incontrare le mie amiche, prendere due autobus in un viaggio infinito e arrivare ad Auschwitz.

Siamo partite alle 6 con il buio ed arrivate alle 9 a Cracovia con la luce offuscata di un giorno nuvoloso appena iniziato. La maggior parte di noi ha dormito durante il viaggio. Nei pochi momenti tra un sonno e l’altro in cui sono riuscita ad aprire gli occhi, ho guardato fuori dal finestrino e ho riconosciuto la bellezza della natura in Polonia. Mi è dispiaciuto essere così stanca da non riuscire a tenere gli occhi aperti e poi i sedili erano così comodi.

Da Cracovia siamo ripartite subito per Auschwitz. Una giornata perfetta per una visita del genere. Pioggia e vento gelido ci hanno accolte appena abbiamo messo piede fuori dall’autobus. Se anche ci fosse stato il sole, comunque, appena arrivi all’ingresso del museo senti un’aria diversa, tersa e pesante.

Abbiamo prenotato i biglietti per la visita guidata ad Auschwitz per il pomeriggio quindi nel frattempo ci siamo spostate a Birkenau.

Un campo di concentramento enorme si è steso davanti ai nostri sguardi increduli. Una distesa a perdita d’occhio di baracche e dei camini rimasti di quelle baracche distrutte a fine guerra. I binari dei treni che costeggiano le baracche fino a metà campo e un vagone piccolissimo a lato dei binari a testimoniare le condizioni disumane ancora prima di raggiungere l’orrore vero e proprio.

Siamo entrate in qualche baracca e poi abbiamo camminato per un’ora sotto la pioggia quasi senza dire una parola in questa distesa infinita creata da uomini per torturare altri uomini.

Ad orari diversi sono iniziate le nostre visite guidate al campo di Auschwitz. Siamo passate sotto la famosa scritta Arbeit macht Frei e ci siamo ritrovate all’interno della macchina della morte circondate da filo spinato ad alta tensione e da torrette di guardia.

All’interno di varie baracche abbiamo visto le foto dei prigionieri al loro arrivo con valigie colme di speranze e di oggetti a loro cari, mentre invece venivano smistati tra camere a gas e lavori forzati. Abbiamo visto le enormi quantità di oggetti che le loro valigie portavano, che i prigionieri preparavo prima di partire con la convinzione di andare incontro ad una nuova vita: pettini, creme, scarpe, spazzole da barba.

Abbiamo visto i loro capelli, ammassati, come se non fossero capelli che una volta appartenevano ad altri esseri umani. Abbiamo visto un’urna contenente le ceneri di migliaia di uomini, donne e bambini, ebrei, polacchi, rom, o provenienti da qualsiasi parte d’Europa. Abbiamo visto ciò che è rimasto di loro, solo le loro ceneri.

Abbiamo visto le loro foto, come le foto segnaletiche dei criminali. Loro, con i loro vestiti leggeri e le teste rapate e il volto sconvolto e smagrito. Alcuni di loro avevano 18, 19, 20, 21 anni, avevano la nostra età, o poco meno o poco più. Alcuni di loro, così giovani, con uno sguardo di sfida negli occhi e un sorriso sulle labbra. Molti di loro sono resistiti pochi mesi.

Abbiamo visto le carceri e luoghi di tortura dove venivano lasciati a morire di fame.  Abbiamo visto il muro dove venivano fucilati e davanti a questo muro siamo rimaste con gli occhi gonfi, gli sguardi persi e le bocche mute. Abbiamo visto le camere a gas. Abbiamo visto i forni crematori. Abbiamo fatto silenzio muovendoci lentamente e guardandoci attorno.

Quasi senza una parola abbiamo ripreso le nostre cose e ci siamo rimesse in marcia verso Cracovia. Ci siamo portate dietro questo orrore, mentre provavamo a dormire sull’autobus di ritorno per ripensarci più tardi all’esperienza appena fatta. Ne abbiamo parlato poco tra di noi, cosa potevamo dirci? Che eravamo sconvolte dalla brutalità dell’uomo, che eravamo incredule? Nonostante sapessimo, nonostante avessimo studiato l’argomento a fondo durante tutti gli anni di scuola, nonostante avessimo visto film, letto libri, non eravamo preparate all’incontro reale col mostro. Non si è mai preparati.

Siamo arrivate di nuovo a Breslavia sulle 23:00 e ognuna di noi dopo questa lunghissima giornata avrebbe tanto voluto dormire 24 ore di fila.

“Grido di disperazione ed ammonimento all’umanità sia per sempre questo luogo dove i nazisti uccisero circa un milione e mezzo di uomini, donne e bambini, principalmente ebrei, da vari paesi d’Europa.” Auschwitz – Birkenau, 1940 – 1945

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