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Intervista con il fotografo Alberto Terrile

Un pomeriggio di giugno ho intervistato Alberto Terrile, fotografo di Genova che è stato con noi qui a Wroclaw per presentare i suoi ultimi lavori in una conferenza tenutasi presso l’Istituto Grotowski lo scorso 11 giugno e con l’occasione fare qualche scatto.
Alberto pratica fotografia etica, ovvero una fotografia che mira a far passare un determinato messaggio, sensibilizzando il fruitore con l’auspicio di lasciargli delle riflessioni. È evidente nelle sue foto la forza di un pensiero: ci racconta delle storie che sono come tasselli della grande varietà e complessità che è la vita.
Negli ultimi anni ha dato spazio a figure che solitamente si trovano ai margini della società – disabili, anziani, transgender – dando loro dignità, in quanto parte a pieno titolo di questa varietà e complessità.
L’incontro con Alberto è stato molto piacevole. È un fotografo che ama il suo lavoro, per il quale avverte una vera e propria chiamata ed è un uomo che ama la vita e che cerca di comprenderla e darle significato attraverso la fotografia.

Cosa si intende per fotografia etica? Cosa ti ha spinto ad orientarti verso questo tipo di fotografia? C’è una missione dietro?
L’orientamento verso questo tipo di fotografia è giunto come una sorta di mia richiesta interiore in relazione a quello che stava accadendo alla fotografia negli ultimi decenni: una fotografia di superficie, molto compiacente e autocompiaciuta. Quando ero studente la fotografia era fortemente legata al sociale, mentre a partire dal nuovo millennio avverto prevalere la “forma” rispetto ai contenuti. La missione è raccontare le storie del mondo e dell’uomo. Il contenuto ti può mettere in crisi, ti fa riflettere, vacillare. Ho sempre avuto un animo orientato all’etica, ma il primo esperimento è stato nel 1993 a Bagdad, ero partito con un’associazione benefica ed ero il fotografo di questa spedizione. Volevo fare un reportage, ho fotografato tanti volti convinto fosse giusto portare un messaggio, cioè che, nonostante la guerra, la vita continua, primeggia sul dolore, la morte, su tutta la bruttezza che una cosa atroce come la guerra porta. Quando sono tornato ho lasciato il reportage a un’ agenzia milanese di fotografi ma tutti gli interpellati l’hanno rifiutato perché non era sottolineato il dolore. Avevo fotografato delle persone che erano banalmente normali per loro e che quindi non avrebbero incrementato interesse e come dire, venduto quel tipo di sguardo. Da lì mi sono fatto tante domande. Mi sono reso conto che certa fotografia pratica una vera e propria “pornografia del dolore” e con i social questo è evidentissimo. Ecco chi fa immagine ha una grossa responsabilità. Le tue fotografie raggiungono ogni angolo del globo e per questo secondo me c’è bisogno di etica. Certo l’estetica e la composizione hanno sempre una parte molto importante, ma resta la necessità di un messaggio, di contenuto. In questo senso l’estetica deve andare di pari passo con l’etica.

A proposito di spettacolarizzazione del dolore. Mi viene in mente quella impressionante fotografia del bambino siriano di 3 anni ritrovato morto sulla spiaggia di Bodrum in Turchia… pensi ci debba essere un limite nella fotografia? D’altra parte queste immagini documentano la realtà e dovrebbero far smuovere gli animi e rendere consapevole il mondo del momento storico nel quale viviamo.
Credo che il limite sia in ognuno di noi e alberghi nella propria coscienza personale. Io ho dei grossi limiti. Quando ero a Bagdad per quel reportage ho incontrato un bambino che aveva un tumore agli occhi. I suoi occhi erano davvero enormi, sembravano quasi fuoriuscire dalle orbite. Ho deciso di fare un ritratto anche di lui, ma non volevo che questi suoi occhi martoriati si notassero troppo. Il mio limite è stato non mettere in scena questo dolore, questo tumore. Purtroppo molti reporter di guerra campano con l’informazione che producono attraverso le loro foto. E molti per drammatizzarle quando non esisteva il digitale creavano un cadavere ancora più scomposto tirando magari qualche calcio alla salma, insomma intervenendo direttamente perché così in questo modo l’impressione, l’impatto era maggiore. Io mi chiedo, scatti del genere sensibilizzeranno l’opinione pubblica?

È più immediata dunque questo tipo di fotografia oppure semplicemente il dolore fa presa sulla gente senza spingere a una riflessione?
Il dolore purtroppo fa presa sulla gente e col dolore abbiamo imparato a convivere, già dall’epoca pre-internet. Penso alle famiglie italiane che cenavano con la tv accesa. Il cibo in tavola ha accompagnato Piazza Fontana, la tragedia di Ustica, le stragi dell’eversione di matrice rossa come nera. Sentiamo tante notizie di infinite stragi , il telegiornale te le racconta mentre mangi e in un certo senso questa violenza passata così ti narcotizza , diventi immune, ti abitui al dolore. Ed è sempre peggio, perché oggi arriva rabbia da ogni parte , ognuno è stretto nel proprio dolore e nella propria rabbia. Credo che sia importante portare un certo tipo di messaggio, ma allo stesso modo avverto la difficoltà nel farlo perché siamo anestetizzati. Quindi come si fa a far passare un messaggio se ormai siamo abituati al dolore? Lavoro con disabili fisici e psichici, transessuali… come faccio a colpire le coscienze? Quello che provo a fare si nutre della poesia, un accento poetico invece che polemico, etica verso l’estetica. Quando ho lavorato con i disabili fisico-psichici ho fatto riscrivere loro la favola di Alice nel Paese delle Meraviglie, quindi hanno trovato degli spunti e l’hanno riadattata alla loro realtà. Ed ecco che la loro Alice viene continuamente avvelenata, così come a loro vengono continuamente somministrati dei farmaci; ecco che la loro Alice vuole sempre scappare, perché evidentemente loro sono costretti a stare lì in una struttura protetta, in quanto “diversi”. La mia Alice è un uomo che ha sviluppato il seno a causa di una patologia, quindi assomiglia a una signora di mezza età. Io non avrei mai osato chiedergli di prendere questa parte, perché mi sembrava una forzatura, ma si è proposto lui: le cose prendono il proprio posto da sole. Ci credo tantissimo. A lungo mi sono illuso che le cose possano prendere il posto che vorrei dare io loro. Il fotografo si serve della realtà e la racconta attraverso ilsuo sguardo. Non è un problema di abilità ma di cosa tu ci leggi, di come tu percepisci quello che ti sta intorno. Il soggetto diversamente abile che si è proposto per il ruolo di Alice ha preso la cosa con ironia e attraverso l’ironia, l’etica e un po’ di poesia cerco di far passare dei contenuti.

Nei tuoi progetti fotografici hai scelto negli ultimi anni come soggetti persone ai margini della società…
Sì ma ho colto delle occasioni. Ad esempio una volta mi invitarono a uno spettacolo teatrale con protagonisti dei disabili ed è grazie a quell’invito accettato che ho potuto avvicinarmi a queste persone. Bisogna sempre prendere quello che la vita ci offre. Ho colto queste occasioni che fanno andare questa fotografia forse nella giusta direzione: vedo una traiettoria, non tiro a far centro ma mi accontento di andare verso una direzione, che può essere interessante. Per me questa direzione è “scoprire le piccole cose” e percorrerla mi sta dando la possibilità di crescere da un punto di vista personale, interiore. Stare a contatto con certe realtà ti cambia lo sguardo sulle cose. Ecco che per me la fotografia etica ha più senso, perché altrimenti ci dimenticheremmo delle cose importanti e saremmo infelici e arrabbiati in quanto colmi di cose superflue. La vita è la scuola più lunga alla quale siamo iscritti e non si smette mai di imparare e non c’è niente di più bello quando a insegnarti qualcosa è qualcuno di questi personaggi invisibili o nascosti nell’ombra delle città, come una transessuale , un disabile o altro . Ad esempio il soggetto diversamente abile nei panni di Alice con questo corpo in parte femminile a causa di una patologia, con altri grossi problemi, residente in una struttura dovrebbe essere un soggetto fortemente infelice e turbato. Un giorno riflettendo su un’affermazione che avevo sentito da un’amica che diceva che a volte è meglio abortire che mettere al mondo un infelice, chiesi a questo ragazzo se fosse felice. Lui mi squadrò con sguardo interrogativo “In che senso?”. E io:- intendevo “Di essere al mondo!”. Mi risponde: “Certo! Perché dovrei essere infelice?”. Questa persona che la società evita ed etichetta mi ha dato una grande indicazione “impara ad amare la semplicità “. Basta poco per ridare il giusto valore a ciò che ci circonda.
Ogni incontro è linfa per il pensiero e per la fotografia laddove racconta delle microstorie, delle cose che vivi, hai vissuto o vivi attraverso gli altri. La fotografia è qualcosa che deve passare agli altri, è eredità, è il nostro passaggio su questa terra. Non lo faccio per la notorietà, per un autografo. Per me è un dono che faccio agli altri, a chi riesce a leggerci un messaggio. Ognuno di noi ha una missione. Potevo diventare architetto o ingegnere per mio padre, ma avevo altro dentro me stesso e avvertivo la necessità di mostrare questo mio mondo interiore agli altri attraverso la fotografia. Ognuno di noi deve fare quello che sente di dover fare.

Attraverso le tue foto dunque vuoi trasmettere un messaggio di speranza? È anche per questo che sei molto attento nei tuoi progetti agli emarginati?
Sì. Vorrei imparassimo a vedere la bellezza anche dove pensiamo che non ci sia, ad apprezzare quello che ci circonda nonostante apparenti bruttezze. Spesso la bellezza è semplicemente rendersi conto di essere fortunati e apprezzare quello che abbiamo. Quando ho fotografato degli anziani nelle case di riposo mi colpì molto la frase di una vecchietta che mi disse: “Nella vita ho fatto tanti tipi di esperienze, ma non avrei mai pensato di fare la modella a 102 anni!”. È questa la bellezza! Lavorando con gli anziani, i disabili, le transessuali ho recuperato il valore della vita umana, regalando loro la possibilità di vivere un momento diverso e imparando io come si dovrebbe vivere. Sono loro che mi hanno donato tanto: attenzione, rispetto per i sentimenti e la mia missione è quella di provare a condividere questa consapevolezza con altri.

Come mai ti sei specializzato in ritrattistica? Cosa ti dicono tutti quei volti? Cosa cerchi di tirar fuori?
Il ritratto è stato il mio primo approdo dopo aver lasciato la moda. Iniziando a fare i primi ritratti scoprivo che era bello trovarsi di fronte alle persone. Ho sempre avuto una grande curiosità per l’essere umano, sin da quando ero piccolo. Mia mamma diceva che fissavo troppo la gente in strada o sul bus e mi rimproverava. Osservavo la gente e mi facevo il mio film sulle loro vite, un esercizio di immaginazione che oggi consiglio ai miei studenti. Il ritratto è il primo passo per entrare in relazione con queste vite. A me interessa l’essere umano, la sua storia e attraverso il volto della gente cerco di avvicinarmi al mistero che è la vita umana. E poi relazionandoci con gli altri abbiamo anche la preziosa possibilità di entrare più nel profondo di noi stessi.
Questo è il link a una trasmissione del DSE della Rai che nel 1993 mi intervistò proprio sul tema del ritratto https://www.youtube.com/watch?v=XNtJNlZT_Aw&t=2s

Prima di congedarci un’ultima domanda. Hai qualche progetto in cantiere?
Vorrei editare del materiale che ho realizzato da tempo, trovare la forma libro per diffondere la mia visione attraverso la fotografia. Dopo una mostra ti rimane poco, anche se si realizzano i cataloghi, ma non lo trovo sufficiente. Oggi è difficile realizzare un libro piuttosto che un catalogo. Il problema è far sì che il tuo materiale arrivi nelle mani giuste e trovare qualcuno che sia disposto ad investire, perché altrimenti è tutto autofinanziamento. Il punto è dare valore alle cose, ma è qualcun altro che lo deve fare; non possiamo noi autori in prima persona dare un valore al nostro stesso lavoro, è un esterno che lo deve riconoscere. Sono pochi quelli disposti in questo senso a investire.
Amo le Lectio i workshop e le conferenze, perché se non può parlare un libro mi sposto io per raccontare e diffondere queste storie proprio come una sorta di cantastorie. Vado in giro a mostrare e spiegare le mie foto e quello che si nasconde dietro. La parola che si fa metatesto per la fotografia è una cosa in cui credo moltissimo.

(Intervista a cura di Roberta Briamonte)

Alberto Terrile |

Alberto Terrile (Genova, 1961), fotografo creativo. Attivo nel campo editoriale, dello spettacolo (teatro, danza, cinema, musica) e pubblicitario. E’ specializzato nella ritrattistica d’autore ( 1° premio nazionale nell’89 e due volte standard di eccellenza al Kodak European Gold Award nel ’94 e ’96).
Ha esposto a Milano, Roma , Carrara, Berlino, Parigi, Avignone, Chicago , Montreal e Toronto. Collaboratore per editoria cartacea e musicale ( Einaudi-Zanichelli-Mondadori-Sugar).Cura l’immagine di coreografi musicisti e produttori tra cui Larrio Ekson, Corrado Rustici, Dee Dee Bridgewater. Conosciuto in italia e all’estero per il suo work in progress sul tema dell’Angelo nella contemporaneità che è stato promosso nel 1995 a Berlino dal regista Wim Wenders, è poi approdato con una versione ampliata e riveduta di questo progetto presso Il Museo del Petit Palais di Avignone (Fr) che ha prodotto e curato nell’estate 1998 la sua personale “Sous le Signe de L’Ange”, catalogo edizioni Petit Palais. E’ stato il primo artista italiano in occasione della mostra internazionale “Disegnare il Marmo” Carrara 2005 a stampare su marmo alleggerito una sua opera di grande formato.E’ titolare della cattedra di Fotografia presso l’Accademia Ligustica di Belle Arti

Web:

www.albertoterrile.it
https://www.instagram.com/albertoterrile/
http://it.wikipedia.org/wiki/Alberto_Terrile
http://en.wikipedia.org/wiki/Alberto_Terrile
http://fr.wikipedia.org/wiki/Alberto_Terrile

Libri pubblicati:

1998 Sous le signe de l’Ange, edizioni Petit Palais Editions
2008 Poeti Immaginati, edizioni La Lontra
2008 Nel Segno dell’Angelo 1991/2008, edizione limitata per il Festival della scienza
2012 Sous le signe de l’Ange, Jacques Flament Edition

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