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Politica e Potere/1: Le mani sulla città

Francesco Rosi sul set
Francesco Rosi sul set

(Italia, 1963). Regia di Francesco Rosi. Con Rod Steiger, Salvo Randone, Guido Alberti, Marcello Cannavale, Carlo Fermariello.

“Questa è zona agricola e oggi quanto può valere questo metro quadrato, trecento, cinquecento, mille lire? Ma domani questo stesso metro quadrato può valere sessanta, settantamila lire e pure di più. Tutto dipende da noi. Il cinquemila per cento di profitto. Quello è l’oro”. Con questa battuta del consigliere Nottola (interpretato da Rod Steiger), Francesco Rosi fa iniziare il film Le mani sulla città, con il quale ottiene nel 1963 il Leone D’Oro al Festival di Venezia. I suoi film, a partire da Salvatore Giuliano (1962), fondano il genere del cinema d’inchiesta, tanto che oggi i film di Rosi costituiscono i riferimenti teorici per le sceneggiature di molte fiction americane.

Ne Le mani sulla città, Rosi si occupa della sua stessa città, Napoli, devastata in quegli anni dagli speculatori edilizi: “Era essenziale – dice – far capire al pubblico cosa fosse la speculazione edilizia, quali regole la governassero, quali interessi individuali e quali coperture, agevolazioni e commistioni di potere ci fossero dietro. Andavamo a seguire le sedute del consiglio comunale nascosti tra i giornalisti e il pubblico, poi ci facevamo interpretare l’accaduto dall’ingegnere e architetto Luigi Cosenza, un consigliere del Partito Comunista”.

Nell’ambiente dei consigli comunali Rosi conobbe anche Carlo Fermariello, altro consigliere del Pci che in seguito entrò nel cast, e “me ne innamorai. Diceva cose che nessun altro aveva il coraggio di dire. Era un vero tribuno. Nobile. Fu formidabile a recitare se stesso”. Eppure, come afferma Roberto Saviano, “nonostante l’influenza di questi uomini di parte, la forza di questo film e del cinema di Rosi è la mancanza di ricatto ideologico: raccontare senza insinuare nello spettatore o la pensi come me o sei dalla parte sbagliata del mondo“.

Saviano prosegue amareggiato: “Ho la sensazione che proprio in quegli anni Sessanta si sia costruito il successivo fallimento di Napoli”. “I napoletani hanno sempre compreso la benevolenza del potente di turno – gli fa eco Rosi – ma il diritto mai. L’imprenditore che costruisce ricchezza non esiste. L’affarista fa gli affari suoi speculando, rubando, sfruttando e poi, se è di cuore, fa del bene. A volte temo che faccia proprio parte del nostro carattere, formato così da numerosissime e differenti dominazioni straniere. Come pretendere che un cittadino accetti l’idea che per esercitare un proprio diritto debba rinunciare ai vantaggi offerti dal suo modo libero e furbo di vivere in assenza di regole?”.

G.B.

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