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Intervista con il fotografo Alberto Terrile

Un pomeriggio di giugno ho intervistato Alberto Terrile, fotografo di Genova che è stato con noi qui a Wroclaw per presentare i suoi ultimi lavori in una conferenza tenutasi presso l’Istituto Grotowski lo scorso 11 giugno e con l’occasione fare qualche scatto.
Alberto pratica fotografia etica, ovvero una fotografia che mira a far passare un determinato messaggio, sensibilizzando il fruitore con l’auspicio di lasciargli delle riflessioni. È evidente nelle sue foto la forza di un pensiero: ci racconta delle storie che sono come tasselli della grande varietà e complessità che è la vita.
Negli ultimi anni ha dato spazio a figure che solitamente si trovano ai margini della società – disabili, anziani, transgender – dando loro dignità, in quanto parte a pieno titolo di questa varietà e complessità.
L’incontro con Alberto è stato molto piacevole. È un fotografo che ama il suo lavoro, per il quale avverte una vera e propria chiamata ed è un uomo che ama la vita e che cerca di comprenderla e darle significato attraverso la fotografia.

Cosa si intende per fotografia etica? Cosa ti ha spinto ad orientarti verso questo tipo di fotografia? C’è una missione dietro?
L’orientamento verso questo tipo di fotografia è giunto come una sorta di mia richiesta interiore in relazione a quello che stava accadendo alla fotografia negli ultimi decenni: una fotografia di superficie, molto compiacente e autocompiaciuta. Quando ero studente la fotografia era fortemente legata al sociale, mentre a partire dal nuovo millennio avverto prevalere la “forma” rispetto ai contenuti. La missione è raccontare le storie del mondo e dell’uomo. Il contenuto ti può mettere in crisi, ti fa riflettere, vacillare. Ho sempre avuto un animo orientato all’etica, ma il primo esperimento è stato nel 1993 a Bagdad, ero partito con un’associazione benefica ed ero il fotografo di questa spedizione. Volevo fare un reportage, ho fotografato tanti volti convinto fosse giusto portare un messaggio, cioè che, nonostante la guerra, la vita continua, primeggia sul dolore, la morte, su tutta la bruttezza che una cosa atroce come la guerra porta. Quando sono tornato ho lasciato il reportage a un’ agenzia milanese di fotografi ma tutti gli interpellati l’hanno rifiutato perché non era sottolineato il dolore. Avevo fotografato delle persone che erano banalmente normali per loro e che quindi non avrebbero incrementato interesse e come dire, venduto quel tipo di sguardo. Da lì mi sono fatto tante domande. Mi sono reso conto che certa fotografia pratica una vera e propria “pornografia del dolore” e con i social questo è evidentissimo. Ecco chi fa immagine ha una grossa responsabilità. Le tue fotografie raggiungono ogni angolo del globo e per questo secondo me c’è bisogno di etica. Certo l’estetica e la composizione hanno sempre una parte molto importante, ma resta la necessità di un messaggio, di contenuto. In questo senso l’estetica deve andare di pari passo con l’etica.

A proposito di spettacolarizzazione del dolore. Mi viene in mente quella impressionante fotografia del bambino siriano di 3 anni ritrovato morto sulla spiaggia di Bodrum in Turchia… pensi ci debba essere un limite nella fotografia? D’altra parte queste immagini documentano la realtà e dovrebbero far smuovere gli animi e rendere consapevole il mondo del momento storico nel quale viviamo.
Credo che il limite sia in ognuno di noi e alberghi nella propria coscienza personale. Io ho dei grossi limiti. Quando ero a Bagdad per quel reportage ho incontrato un bambino che aveva un tumore agli occhi. I suoi occhi erano davvero enormi, sembravano quasi fuoriuscire dalle orbite. Ho deciso di fare un ritratto anche di lui, ma non volevo che questi suoi occhi martoriati si notassero troppo. Il mio limite è stato non mettere in scena questo dolore, questo tumore. Purtroppo molti reporter di guerra campano con l’informazione che producono attraverso le loro foto. E molti per drammatizzarle quando non esisteva il digitale creavano un cadavere ancora più scomposto tirando magari qualche calcio alla salma, insomma intervenendo direttamente perché così in questo modo l’impressione, l’impatto era maggiore. Io mi chiedo, scatti del genere sensibilizzeranno l’opinione pubblica?

È più immediata dunque questo tipo di fotografia oppure semplicemente il dolore fa presa sulla gente senza spingere a una riflessione?
Il dolore purtroppo fa presa sulla gente e col dolore abbiamo imparato a convivere, già dall’epoca pre-internet. Penso alle famiglie italiane che cenavano con la tv accesa. Il cibo in tavola ha accompagnato Piazza Fontana, la tragedia di Ustica, le stragi dell’eversione di matrice rossa come nera. Sentiamo tante notizie di infinite stragi , il telegiornale te le racconta mentre mangi e in un certo senso questa violenza passata così ti narcotizza , diventi immune, ti abitui al dolore. Ed è sempre peggio, perché oggi arriva rabbia da ogni parte , ognuno è stretto nel proprio dolore e nella propria rabbia. Credo che sia importante portare un certo tipo di messaggio, ma allo stesso modo avverto la difficoltà nel farlo perché siamo anestetizzati. Quindi come si fa a far passare un messaggio se ormai siamo abituati al dolore? Lavoro con disabili fisici e psichici, transessuali… come faccio a colpire le coscienze? Quello che provo a fare si nutre della poesia, un accento poetico invece che polemico, etica verso l’estetica. Quando ho lavorato con i disabili fisico-psichici ho fatto riscrivere loro la favola di Alice nel Paese delle Meraviglie, quindi hanno trovato degli spunti e l’hanno riadattata alla loro realtà. Ed ecco che la loro Alice viene continuamente avvelenata, così come a loro vengono continuamente somministrati dei farmaci; ecco che la loro Alice vuole sempre scappare, perché evidentemente loro sono costretti a stare lì in una struttura protetta, in quanto “diversi”. La mia Alice è un uomo che ha sviluppato il seno a causa di una patologia, quindi assomiglia a una signora di mezza età. Io non avrei mai osato chiedergli di prendere questa parte, perché mi sembrava una forzatura, ma si è proposto lui: le cose prendono il proprio posto da sole. Ci credo tantissimo. A lungo mi sono illuso che le cose possano prendere il posto che vorrei dare io loro. Il fotografo si serve della realtà e la racconta attraverso ilsuo sguardo. Non è un problema di abilità ma di cosa tu ci leggi, di come tu percepisci quello che ti sta intorno. Il soggetto diversamente abile che si è proposto per il ruolo di Alice ha preso la cosa con ironia e attraverso l’ironia, l’etica e un po’ di poesia cerco di far passare dei contenuti.

Nei tuoi progetti fotografici hai scelto negli ultimi anni come soggetti persone ai margini della società…
Sì ma ho colto delle occasioni. Ad esempio una volta mi invitarono a uno spettacolo teatrale con protagonisti dei disabili ed è grazie a quell’invito accettato che ho potuto avvicinarmi a queste persone. Bisogna sempre prendere quello che la vita ci offre. Ho colto queste occasioni che fanno andare questa fotografia forse nella giusta direzione: vedo una traiettoria, non tiro a far centro ma mi accontento di andare verso una direzione, che può essere interessante. Per me questa direzione è “scoprire le piccole cose” e percorrerla mi sta dando la possibilità di crescere da un punto di vista personale, interiore. Stare a contatto con certe realtà ti cambia lo sguardo sulle cose. Ecco che per me la fotografia etica ha più senso, perché altrimenti ci dimenticheremmo delle cose importanti e saremmo infelici e arrabbiati in quanto colmi di cose superflue. La vita è la scuola più lunga alla quale siamo iscritti e non si smette mai di imparare e non c’è niente di più bello quando a insegnarti qualcosa è qualcuno di questi personaggi invisibili o nascosti nell’ombra delle città, come una transessuale , un disabile o altro . Ad esempio il soggetto diversamente abile nei panni di Alice con questo corpo in parte femminile a causa di una patologia, con altri grossi problemi, residente in una struttura dovrebbe essere un soggetto fortemente infelice e turbato. Un giorno riflettendo su un’affermazione che avevo sentito da un’amica che diceva che a volte è meglio abortire che mettere al mondo un infelice, chiesi a questo ragazzo se fosse felice. Lui mi squadrò con sguardo interrogativo “In che senso?”. E io:- intendevo “Di essere al mondo!”. Mi risponde: “Certo! Perché dovrei essere infelice?”. Questa persona che la società evita ed etichetta mi ha dato una grande indicazione “impara ad amare la semplicità “. Basta poco per ridare il giusto valore a ciò che ci circonda.
Ogni incontro è linfa per il pensiero e per la fotografia laddove racconta delle microstorie, delle cose che vivi, hai vissuto o vivi attraverso gli altri. La fotografia è qualcosa che deve passare agli altri, è eredità, è il nostro passaggio su questa terra. Non lo faccio per la notorietà, per un autografo. Per me è un dono che faccio agli altri, a chi riesce a leggerci un messaggio. Ognuno di noi ha una missione. Potevo diventare architetto o ingegnere per mio padre, ma avevo altro dentro me stesso e avvertivo la necessità di mostrare questo mio mondo interiore agli altri attraverso la fotografia. Ognuno di noi deve fare quello che sente di dover fare.

Attraverso le tue foto dunque vuoi trasmettere un messaggio di speranza? È anche per questo che sei molto attento nei tuoi progetti agli emarginati?
Sì. Vorrei imparassimo a vedere la bellezza anche dove pensiamo che non ci sia, ad apprezzare quello che ci circonda nonostante apparenti bruttezze. Spesso la bellezza è semplicemente rendersi conto di essere fortunati e apprezzare quello che abbiamo. Quando ho fotografato degli anziani nelle case di riposo mi colpì molto la frase di una vecchietta che mi disse: “Nella vita ho fatto tanti tipi di esperienze, ma non avrei mai pensato di fare la modella a 102 anni!”. È questa la bellezza! Lavorando con gli anziani, i disabili, le transessuali ho recuperato il valore della vita umana, regalando loro la possibilità di vivere un momento diverso e imparando io come si dovrebbe vivere. Sono loro che mi hanno donato tanto: attenzione, rispetto per i sentimenti e la mia missione è quella di provare a condividere questa consapevolezza con altri.

Come mai ti sei specializzato in ritrattistica? Cosa ti dicono tutti quei volti? Cosa cerchi di tirar fuori?
Il ritratto è stato il mio primo approdo dopo aver lasciato la moda. Iniziando a fare i primi ritratti scoprivo che era bello trovarsi di fronte alle persone. Ho sempre avuto una grande curiosità per l’essere umano, sin da quando ero piccolo. Mia mamma diceva che fissavo troppo la gente in strada o sul bus e mi rimproverava. Osservavo la gente e mi facevo il mio film sulle loro vite, un esercizio di immaginazione che oggi consiglio ai miei studenti. Il ritratto è il primo passo per entrare in relazione con queste vite. A me interessa l’essere umano, la sua storia e attraverso il volto della gente cerco di avvicinarmi al mistero che è la vita umana. E poi relazionandoci con gli altri abbiamo anche la preziosa possibilità di entrare più nel profondo di noi stessi.
Questo è il link a una trasmissione del DSE della Rai che nel 1993 mi intervistò proprio sul tema del ritratto https://www.youtube.com/watch?v=XNtJNlZT_Aw&t=2s

Prima di congedarci un’ultima domanda. Hai qualche progetto in cantiere?
Vorrei editare del materiale che ho realizzato da tempo, trovare la forma libro per diffondere la mia visione attraverso la fotografia. Dopo una mostra ti rimane poco, anche se si realizzano i cataloghi, ma non lo trovo sufficiente. Oggi è difficile realizzare un libro piuttosto che un catalogo. Il problema è far sì che il tuo materiale arrivi nelle mani giuste e trovare qualcuno che sia disposto ad investire, perché altrimenti è tutto autofinanziamento. Il punto è dare valore alle cose, ma è qualcun altro che lo deve fare; non possiamo noi autori in prima persona dare un valore al nostro stesso lavoro, è un esterno che lo deve riconoscere. Sono pochi quelli disposti in questo senso a investire.
Amo le Lectio i workshop e le conferenze, perché se non può parlare un libro mi sposto io per raccontare e diffondere queste storie proprio come una sorta di cantastorie. Vado in giro a mostrare e spiegare le mie foto e quello che si nasconde dietro. La parola che si fa metatesto per la fotografia è una cosa in cui credo moltissimo.

(Intervista a cura di Roberta Briamonte)

Alberto Terrile |

Alberto Terrile (Genova, 1961), fotografo creativo. Attivo nel campo editoriale, dello spettacolo (teatro, danza, cinema, musica) e pubblicitario. E’ specializzato nella ritrattistica d’autore ( 1° premio nazionale nell’89 e due volte standard di eccellenza al Kodak European Gold Award nel ’94 e ’96).
Ha esposto a Milano, Roma , Carrara, Berlino, Parigi, Avignone, Chicago , Montreal e Toronto. Collaboratore per editoria cartacea e musicale ( Einaudi-Zanichelli-Mondadori-Sugar).Cura l’immagine di coreografi musicisti e produttori tra cui Larrio Ekson, Corrado Rustici, Dee Dee Bridgewater. Conosciuto in italia e all’estero per il suo work in progress sul tema dell’Angelo nella contemporaneità che è stato promosso nel 1995 a Berlino dal regista Wim Wenders, è poi approdato con una versione ampliata e riveduta di questo progetto presso Il Museo del Petit Palais di Avignone (Fr) che ha prodotto e curato nell’estate 1998 la sua personale “Sous le Signe de L’Ange”, catalogo edizioni Petit Palais. E’ stato il primo artista italiano in occasione della mostra internazionale “Disegnare il Marmo” Carrara 2005 a stampare su marmo alleggerito una sua opera di grande formato.E’ titolare della cattedra di Fotografia presso l’Accademia Ligustica di Belle Arti

Web:

www.albertoterrile.it
https://www.instagram.com/albertoterrile/
http://it.wikipedia.org/wiki/Alberto_Terrile
http://en.wikipedia.org/wiki/Alberto_Terrile
http://fr.wikipedia.org/wiki/Alberto_Terrile

Libri pubblicati:

1998 Sous le signe de l’Ange, edizioni Petit Palais Editions
2008 Poeti Immaginati, edizioni La Lontra
2008 Nel Segno dell’Angelo 1991/2008, edizione limitata per il Festival della scienza
2012 Sous le signe de l’Ange, Jacques Flament Edition

Polish Cinema for Beginners – intervista ad Adam Kruk

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Adam Kruk con il regista Krzystof Zanussi

Dopo un salto nel passato con la proiezione di Noose (in polacco: Pętla), un film di Wojciech Jerzy Has del 1958 che affronta il tema dell’alcolismo, il Polish Cinema for Beginners, ormai giunto all’ottava stagione, si chiude con Influenza (Hiszpanka). Il film di Łukasz Barczyk, uscito nelle sale nel 2014, racconta la rivolta polacca del 1918-19, fondendo elementi storici con spiritualità, fantasia e un pizzico di ironia. Nonostante la decisione di girare il film su pellicola, gli effetti speciali abbondano e il film si colora anche grazie ai costumi e ai set accuratamente studiati.

È così che si chiude l’edizione estiva del 2017, con un viaggio cinematico attraverso le maggiori città polacche: Łodź, Varsavia, Lublino, Breslavia e Poznań. Ma Hiszpanka non è stato l’evento designato a mettere un punto a questa stagione. Il giorno successivo alla proiezione del film si è tenuto il concerto di chiusura del festival, a cura di Sofar Sounds (acronimo di Songs from a Room). Questo progetto, nato a Londra nel 2009 e ben presto estesosi in tutta Europa, si propone di organizzare concerti di artisti emergenti in location particolari e segrete.

Abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Adam Kruk, l’ideatore di Polish Cinema for Beginners.

Come è nata l’idea di Polish Cinema for Beginners?

L’idea è nata cinque anni fa, nel 2012, per organizzare un corso di cinema polacco per stranieri che abitavano a Breslavia. Cinque anni fa la situazione era leggermente diversa da quella di oggi. C’erano tanti posti in cui gli stranieri potevano divertirsi, ma la cultura polacca era abbastanza distante da loro perché tutti gli eventi erano organizzati in polacco. In questo modo, a causa dell’ostacolo linguistico, la cultura polacca non gli era accessibile.

Adesso la situazione è leggermente diversa perché quando un film esce nelle sale di solito ci sono anche i sottotitoli in inglese, come al teatro.

Volevamo cambiare questa tendenza e abbiamo “inventato” questo ciclo di film, il Polish Cinema for Beginners, in cui mostravamo soprattutto film classici polacchi, principalmente per gli stranieri, ma anche tanti polacchi venivano per vedere film mai visti prima oppure mai visti al cinema. Era una novità e soprattutto gli studenti Erasmus e gli expat partecipavano.

La prima edizione si è svolta al cinema DCF (Dolnośląskie Centrum Filmowe) e abbiamo finanziato questo progetto con fondi europei, per cui tutte le visioni erano gratuite. Poi sono partito per l’Italia per un anno e il progetto si è fermato.

Al mio ritorno abbiamo stabilito una collaborazione con il Kino Nowe Horizonty. Dal 2013-14 abbiamo fatto partire il Polish Cinema for Beginners ogni semestre. All’inizio proiettavamo i film più importanti della storia del cinema polacco ma poi abbiamo deciso di cambiare un po’ e abbiamo assegnato ad ogni stagione un tema. Una stagione è stata dedicata alla musica e abbiamo mostrato sia musical che film sulla musica Hip Hop, raccontando la Polonia attraverso diversi generi musicali.

Abbiamo poi scelto il tema della gioventù – questa stagione si chiamava Polish Youth, mostrando la gioventù polacca dagli anni Cinquanta fino ad oggi. Questa stagione invece ci siamo dedicati alle città polacche.

 

Tra il pubblico di PCfB ci sono sia polacchi che stranieri che vivono a Wroclaw, quindi tra gli obiettivi di questo progetto c’è anche l’integrazione degli stranieri attraverso la cultura polacca. Secondo te quanto ha influito questo progetto nella realizzazione di questo obiettivo?

 

È difficile da dire, a volte non partecipa solamente gente che è in Polonia per restarci a vivere, ma vengono anche turisti che sono qui solo per pochi giorni, che vengono informati dell’iniziativa grazie ai manifesti negli alberghi. Ho parlato con tanta gente che ha scoperto il nostro progetto per caso, ma ha potuto partecipare solo ad una proiezione.

Dall’altra parte, c’è anche gente che ha deciso di restare in Polonia – che forse non è un paese in cui è facile vivere per gli stranieri – e partecipa spesso. Alcuni cercano di svagarsi, di conoscere la gente polacca o gli altri expat, altri vengono per cercare di approfondire la cultura e la storia delle abitudini polacche. Vedere un film è forse il modo migliore per raccontare le storie di una nazione e del proprio popolo.

 

Polish Cinema for Beginners è un’iniziativa presente sia a Wroclaw che a Varsavia, in quale delle due città ha avuto inizio?

 

Il progetto è nato a Wroclaw e poi si è deciso di realizzarlo anche a Varsavia, dove ci sono anche altri due progetti del genere. Adesso a Poznan cercano pure di realizzare un progetto basato sulla stessa idea, che da Wroclaw si è diffusa in altre città polacche.

Anche il Museo Contemporaneo di Wroclaw adesso organizza delle lezioni di arte polacca per stranieri.

 

Avete mai mostrato film che affrontano temi riguardanti la lotta ai pregiudizi?

 

Il nostro progetto, oltre a promuovere l’integrazione, cerca anche di combattere pregiudizi come l’omofobia e la xenofobia. Nella scelta dei film cerchiamo di essere molto aperti e di mostrare titoli che rappresentano valori di umanità.

Uno dei film proiettati, chiamato Floating Skyscrapers di Tomasz Wasilevski, racconta la storia di due omosessuali in Polonia, mentre Suicide Room, di Jam Komasa, racconta la storia dell’omofobia nelle scuole polacche. Cerchiamo di mostrare anche storie di immigrati e di donne – dato che il mondo del cinema è prettamente dominato dagli uomini.

 

Ci sono dei temi che possono essere considerati tra i preferiti dal pubblico o che attraggono più persone?

 

Il pubblico viene attratto soprattutto quando viene un regista particolarmente conosciuto a presentare il film. Quando è venuta Agnieszka Holland, una regista polacca che lavora anche negli Stati Uniti e che ha girato Total Eclipse (Poeti dall’Inferno) e diretto episodi di House of Cards, abbiamo avuto talmente tanta gente da doverci spostare in una sala più grande.

Molti stranieri non conoscono o non hanno mai visto molti dei film proiettati, quindi alcuni titoli – specialmente quelli meno recenti, in quanto più difficili da reperire – attraggono più i polacchi.

 

Come è cambiato il cinema polacco nel corso del tempo?

 

La guerra ha cambiato totalmente il cinema polacco. Prima della Seconda Guerra Mondiale non avevamo geni come Ėjzenštejn, avevamo una sorta di cinema dei telefoni bianchi (il cinema dei telefoni bianchi era un genere cinematografico italiano sviluppatosi tra la fine degli anni ’30 e i primi anni ’40).

La guerra ha cambiato questa tendenza, anche se immediatamente dopo la guerra abbiamo avuto il realismo socialista, che non ha prodotto risultati cinematografici importanti. C’erano delle regole molto ferree per quanto riguardava il modo in cui i film dovevano essere girati, cosa potevano mostrare e quali caratteristiche dovevano avere i personaggi.

Tutto è cambiato dopo la morte di Stalin nel 1953. Tra il 1955 e il 1956 il cinema polacco è nato in senso artistico. Direi che lo sviluppo avuto nella cinematografia polacca in quegli anni è comparabile al neorealismo in Italia nel 1943-45 con l’Ossessione di Visconti e Roma città aperta di Rossellini.

 

Avete altre idee in mente per il Polish Cinema for Beginners?

 

Oltre alla prossima stagione, che ripartirà ad Ottobre, la Wrocławska Fundacja Filmowa sta organizzando un altro progetto che si chiama MIASTOmovie (“miasto” significa “città”, “movie” in polacco significa “parlare”) in cui vengono proiettati i film che parlano della città di Wroclaw.

 

Articolo a cura di Maria Grazia Erika Giuffrida

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Patrycja Wanat, Adam Kruk
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Lech Moliński, Adam Kruk

Ville marittime romane: intervista al prof. Michele Stefanile

I primi accenni di primavera, che timida si affaccia tra le vie del centro storico di Wroclaw, hanno accolto con un inaspettato tepore l’esordio della due giorni di conferenze in programma presso l’università, fornendo una piacevole cornice all’interessante attività di divulgazione di scoperte riguardanti ritrovamenti di civiltà del passato. Il Dipartimento di Archeologia ed Etnologia del PAN (Accademia Polacca delle Scienze), situato in ul. Więzienna – nota a molti come la via in cui si concentra un cospicuo numero di locali italiani – si impreziosisce per qualche ora anche di cultura made in Italy. La prima conferenza, fissata per il 10 aprile, ha avuto infatti come relatore il prof. Michele Stefanile, archeologo subacqueo presso l’Università di Napoli “L’Orientale”, e come argomento le scoperte riguardanti alcune ville romane ritrovate nei pressi di Napoli e Roma. Dal 2013, Stefanile è infatti field director del “Southern Latium Underwater Survey”, progetto di archeologia subacquea dedicato alla documentazione di siti sommersi e semisommersi situati lungo le coste del Lazio meridionale. Tra queste ville romane, le prime di cui si ha testimonianza risalgono alla fine del periodo repubblicano, divenute successivamente proprietà dell’Impero. I proprietari vi risiedevano durante la stagione estiva, ed i più ricchi hanno fatto costruire delle vere e proprie città in miniatura, con porti e teatri privati. L’idea di ergere le ville nei pressi delle cave naturali è strettamente legata all’attrazione dei romani nei confronti dell’Eneide e del mito di Enea che vi approda da Troia dando origine alla civiltà romana. Ciò che oggi ne resta presenta però gli evidenti segni della seconda guerra mondiale che non ha risparmiato nemmeno questi importanti siti archeologici, colpiti dai bombardamenti tedeschi. Nel corso della conferenza sono state prese in esame tre ville romane, tra cui quella di Gianola, che presenta una piscina di ben 155 metri quadrati. Curioso è il caso del “Porticciolo romano” poco distante, che, a discapito del proprio nome, non era un porto durante il periodo romano ma veniva utilizzato per l’allevamento ittico, e quando fu tramutato in porto per volere di Mussolini, l’aggettivo “romano” ad esso accostato era ormai anacronistico da diversi secoli. A distanza di soli 30 chilometri dalla villa di Gianola, sorge quella di Sperlonga, riscoperta paradossalmente non da archeologi ma dagli ingegneri impegnati nella costruzione della via Flacca. La villa di Sperlonga fu di proprietà dell’imperatore Tiberio, la cui passione per la coltivazione ha fatto sì che giungessero sino a noi un buon numero di anfore utilizzate come vasi. L’importanza delle anfore in età romana è dovuta almeno in parte al fatto che esse erano destinate a svariati usi: dalla coltivazione al drenaggio, dalla produzione del miele all’allevamento delle murene. L’ultima delle tre ville è quella di Gaeta, costituita dall’unione di due ville preesistenti tramite un ponte, e il cui nome deriva da “Caieta”, nutrice di Enea.

 

Subito dopo la conferenza abbiamo avuto l’occasione di porre qualche domanda a Michele Stefanile per cercare di comprendere meglio il suo lavoro di ricerca.

 

Da profani del settore le prime domande che ci si pone sono il perché della sua scelta di specializzarsi nel campo dell’archeologia subacquea e quali sono le differenze sostanziali nella ricerca rispetto all’archeologia che si occupa della terraferma, soprattutto a livello metodologico.

Io mi sono laureato in realtà in archeologia in generale, dopo la laurea triennale ho preso semplicemente un brevetto da sub, dato che sono sempre stato attratto dal mare e sto in una regione (la Campania) in cui è presente la città sommersa di Baia, ci sono moltissimi siti sommersi, i mosaici sott’acqua, tutte cose che mi hanno sempre affascinato. Da bambino facevo il bagno a Capo Miseno e c’erano i muri romani sott’acqua, che potevo vedere anche immergendomi soltanto con le pinne e la maschera. Dopo la laurea c’era un master a Barcellona di archeologia subacquea e decisi di provare a iscrivermi. Quando sono tornato ho cominciato a lavorare in questo campo e contemporaneamente ho portato avanti i miei studi prendendo un dottorato presso “L’Orientale”.

 

Solitamente inizio la prima lezione con i miei studenti citando un passo di George Bass, uno dei fondatori dell’archeologia subacquea, che fece negli anni ’50 i primi lavori in Turchia. Bass diceva che l’archeologia subacquea andava definita semplicemente archeologia e che di fatto si tratta soltanto di una differenza metodologica. Gli anni ’50-’60, sono gli anni in cui i primi pionieri iniziano ad andare sott’acqua e trovano di fatto un Mediterraneo intatto perché nessuno aveva mai recuperato niente. Basti pensare che l’erogatore per andare sott’acqua con le bombole è un’invenzione che risale alla seconda guerra mondiale. La forma mentis del tempo induceva a pensare che quello che si trovava in mare era una cosa a sé. In archeologia di terra si era già capito da anni che il discorso non era semplicemente “fare il buco”, prendere l’antico vaso e venderselo, o magari, con la coscienza pulita, portarlo al museo. Si tratta invece di fare uno scavo scientifico, capire il perché della presenza di un dato reperto, preservare i contesti per avere una visione d’insieme e documentare il tutto. Sott’acqua sembrava una cosa diversa: si ricollegava il tutto alla classica immagine del tesoro in fondo al mare. La visione di Bass fu ripresa in Italia pochissimo tempo dopo e si diffuse l’idea secondo la quale lo scopo dell’archeologia subacquea non è recuperare oggetti ma si tratta di ricostruire il passato approfittando, anzi, delle possibilità offerte dai contesti subacquei che in alcuni casi sono completamente intatti. Sott’acqua bisogna però utilizzare delle metodologie di ricerca specifiche, che in molti casi non esistono e devono essere inventate sul momento, in altri casi sono prese in prestito da altre discipline. Quasi tutte le attrezzature che usa un archeologo subacqueo vengono da altri campi, ad esempio da quello militare. Ad esempio non si può scavare col piccone ma mi usa la sorbona, un grosso tubo aspiratore collegato ad un compressore, per disegnare si usa la lavagnetta di plastica.

 

In che misura, soprattutto in Italia, le costruzioni sulla battigia, le trivelle e l’inquinamento in generale influiscono e hanno influito nella ricerca e nella conservazione dei reperti subacquei?

Tantissimo. In Italia, lungo le coste, c’è un consumo del suolo pauroso. L’Italia è un paese stretto e affollatissimo e di conseguenza le sue coste sono tra le più esposte al consumo nel mondo. L’abusivismo italiano è tipico. In molti casi si costruisce senza prestare attenzione a ciò che c’era sulla riva compromettendo la conservazione dei siti costieri e sommersi. Tra l’altro questi siti sono già esposti all’erosione, particolarmente forte in Italia. Altro problema è quello dei porti: in molti casi i romani li hanno costruiti in posti ottimali, e noi tendiamo a costruire i porti negli stessi luoghi. Di solito lo Stato richiede un’analisi preventiva del territorio ma spesso ci si imbatte in strutture antiche. Le trivelle stanno più lontane dalla costa, quindi da questo punto di vista impattano meno ma durante il referendum sulle trivelle si insisteva sul fatto (forse esagerando) che esse sono dei fantastici ecosistemi artificiali. Con la scusa degli artificial reef, sott’acqua nel tempo hanno buttato di tutto: basti pensare agli affondamenti intenzionali di vecchie unità navali ma che spesso erano piene di amianto. Ma anche quelle affondate per azione della criminalità organizzata: tutte bombe ad orologeria. Nonostante ciò però in Italia ci sono ancora contesti notevoli, soprattutto in alto fondale. Per esempio nei fondali nei pressi delle isole Eolie o di Capri.

 

Leggendo un suo articolo a proposito del caso della “Venere di Taranto”, (statuetta bronzea ritrovata casualmente da un sub ed inizialmente attribuita al IV secolo a.C., ma che poi venne dichiarata come semplice “riproduzione classicheggiante” da parte della Soprintendenza), ci siamo chiesti se questo tipo di dinamiche capitano spesso dopo il ritrovamento di reperti.

Capita spesso la fretta. Questo è un campo in cui spesso per la fretta si prendono delle cantonate. Di solito ci si aspetta che sul posto ci sia sempre un esperto che si pronunci. In quel caso la notizia era stata un po’ pompata a scopo di promozione turistica ma anche a causa del premio di rinvenimento. Queste situazioni sono figlie di un’idea ancora un po distorta dell’archeologia subacquea: una lunga scia “dell’effetto bronzi di Riace”. Dopo il loro ritrovamento si è innescata un certo tipo di pubblicistica strana, storie e leggende, dietrologie sul rinvenimento. Si è scritto insomma un po’ di tutto, in qualche caso, influenzati dal fatto di non conoscere bene le modalità di un ritrovamento subacqueo. Queste cose ogni tanto succedono: qualche anno fa trovarono una testa di leone, probabilmente sempre nella zona di Riace, e diedero subito la notizia per poi smentirsi successivamente dicendo che non si trattava di una scultura antica ma risaliva forse al periodo rinascimentale e ad un certo punto la storia è finita nel dimenticatoio.

 

Lei ha scritto che “il più grande museo d’Italia è sul fondo del mare”, dunque, considerando le sue numerose esperienze all’estero con le quali può fare un confronto, crede che in Italia si investa abbastanza nel campo dell’archeologia subacquea?

All’inizio, come italiani, eravamo al primo posto nell’archeologia subacquea, l’avanguardia in Europa. Fine anni ’50 – anni ’60, l’Italia è stata un punto di riferimento per tutti, poi ci hanno seguito a ruota Francia e Spagna, altri paesi sono arrivati molto più tardi. In questo momento molti ci sono passati avanti perché hanno iniziato ad investire molto percependone l’importanza. L’Italia non è che investa poco, anzi negli ultimi anni si è investito molto. Il progetto “Archeomare” ad esempio è stato un grosso progetto nazionale con grosse risorse. Il problema è che spesso le cose non funzionano come dovrebbero. Io dico sempre che si potrebbe fare qualcosa sul modello di ciò che si è fatto in Sicilia, che, approfittando del fatto di avere uno statuto speciale, è l’unica regione italiana che si è dotata di una sovrintendenza per il mare. Questa cosa ha portato la Sicilia all’avanguardia nell’archeologia subacquea a livello internazionale. Avere un’istituzione del genere permette di poter bussare alla porta dell’Europa per chiedere fondi, ma anche di poter partecipare a bandi internazionali. La Sicilia in questo modo ha anche avuto partner internazionali, come ad esempio gli americani e sono stati realizzati dei progetti favolosi. In questi anni c’è stata una grossa riforma dei beni culturali che è stata attaccata fortemente da alcuni parti e salutata con entusiasmo da altre parti. Forse è ancora presto per vederne i risultati però sicuramente ha cambiato moltissimo le carte. In tutta la riorganizzazione dei beni culturali, però, non si è spesa una parola per l’archeologia subacquea. Questo è un peccato perché in un occasione di rinnovamento simile valeva la pena di tentare di trovare delle soluzioni anche in questo campo visto che l’Italia ha più di 7000 Km di coste, siti costieri di primaria importanza a livello mondiale, ha una forte tradizione ed università che investono sull’archeologia subacquea ed un buon numero di addetti ai lavori. Poteva essere una buona occasione, ma probabilmente c’è ancora tempo per farlo.

 

Come immagina gli sviluppi del suo campo di studi nel futuro? In che modo si stanno evolvendo gli strumenti di ricerca e quali potrebbero essere i risultati più importanti che si raggiungeranno nei prossimi anni?

La tecnologia va avanti e quindi adesso si riescono a fare cose che pochi anni fa erano praticamente impossibili. Per fortuna quello dell’archeologia subacquea è un mondo molto aperto all’innovazione, quindi si utilizzano spesso strumentazioni avanzate. Se si vede un report di scavo di 20 anni fa si può notare come un intero relitto di 30 metri veniva disegnato a mano con la matita, adesso in un ventesimo del tempo si possono fare una serie di immersioni con delle fotocamere scafandrate, fare centinaia di foto e poi montarle con dei software che sono in grado di ricostruire un unico grande fotomosaico ma addirittura anche un modello in 3d e questo consente di studiare in modo ottimale i relitti. Per garantire la conservazione dei patrimoni sommersi ogni paese si è inventato un sistema: i croati hanno messo delle gabbie intorno ai siti, in Sicilia hanno sviluppato dei sistemi di telecamere, nel baltico avevano messo dei sensori antintrusione intorno ai relitti, ma poi scattava il sensore ogni volta che passava una foca.

 

Per quanto riguarda l’approccio al patrimonio subacqueo il discorso sta cambiando con un’accelerata che si è avuta nei primi anni 2000 grazie alla convenzione Unesco per il patrimonio culturale subacqueo del 2001. Si tratta di un testo unico condiviso a livello internazionale che spiega innanzitutto cos’è da considerarsi archeologia subacquea e cosa no:  si è stabilito che un reperto diventa patrimonio subacqueo dopo 100 anni in acqua e ciò significa che adesso stanno diventando patrimonio subacqueo i relitti della prima guerra mondiale. Qualche anno fa lo è diventato anche il Titanic, che è affondato nel 1912, ma dato che USA, Inghilterra e Canada non hanno firmato, esso rimane in mano ai privati che hanno fatto la loro esplorazione in maniera non scientifica, infatti i pezzi sono andati anche all’asta in qualche caso. Ma la convenzione stabilisce anche cosa bisogna fare del patrimonio: se prima una delle idee era quella di sviluppare la scienza per cercare di recuperare i reperti dal fondo del mare, adesso l’Unesco dice che diventa prioritaria la conservazione in situ del patrimonio sommerso.

 

In un Paese come l’Italia dove ci sono intere città sott’acqua come Baia o le ville marittime che sono siti semisommersi e non sono facilmente asportabili si apre un mondo perché diventa possibile creare itinerari subacquei. Arrivando ad un punto successivo bisogna cercare di capire anche come rendere fruibile questo patrimonio per chi subacqueo non è. Le strutture semisommerse sono fruibili per immersione ma anche in snorkeling oppure con la barca col fondo trasparente. Ci sono progetti in corso per mettere sistemi di telecamere legate all’immersione subacquea, per cui i sub visitano il sito e i non sub restano a terra seguendo in diretta la visita da un’aula multimediale. Si può anche usare una maschera con il microfono e quindi sentire in diretta quello che dice la guida subacquea, si possono inventare tantissime cose e si sta investendo abbastanza. L’Europa investe fondi su questo. Per quanto riguarda le scoperte: sott’acqua tutto è interessante. Una delle sfide di questi anni per esempio è il paesaggio del mare profondo perché oltre i 100 metri si trovano ancora contesti veramente intatti, mentre invece ad una minore profondità è più facile che essi risultino danneggiati.

A cura di Marco Giufrè

Foto di Maria Grazia Erika Giuffrida

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